TE LO ILLUSTRO CON UN ALBO – Maggio 2023

Un albo a settimana per ogni mese

Cosa meglio di un albo illustrato può spiegare ai bambini e alle bambine temi che, per la loro delicatezza, sono di difficile comprensione?

Associazione Officina Educativa dedicherà ogni mese a un tema diverso. Proporrà un albo illustrato a settimana che aiuti i bambini e le bambine, con i loro genitori, a riflettere sul tema scelto.

Un albo è uno strumento ideale, in cui immagini e testo costituiscono una doppia narrazione che si intreccia e si snoda accompagnando il bambino e la bambina in un viaggio che può percorrere in compagnia di un adulto, dei coetanei o da solo, alla scoperta di sé e delle numerose emozioni e situazioni che incontrerà nella lunga strada della crescita.

Maggio: VIAGGIARE TRA LE PAGINE

Settimana 1: La bambina dei libri (Oliver Jeffers, Sam Winston) Lapis Edizioni

Una bimba naviga su una barchetta in un oceano di parole.
Cavalcando un’onda, raggiunge un bambino e lo invita ad intraprendere con lei un viaggio fantastico tra le pagine dei libri, per attraversare storie avventurose scalando montagne immaginarie, smarrendosi nei boschi delle fiabe e sfuggendo ai mostri dei castelli stregati.
“La bambina dei libri” è un albo che racconta la magia della lettura, perché leggere un libro significa immergersi nel mondo della fantasia e farne parte.
Sfogliando le pagine, risulta evidente come siano le illustrazioni ad avere un ruolo di grande rilievo, grazie alla capacità che hanno di esprimere ancora più del testo il piacere e la passione per la lettura.
Le immagini sono, in parte, costruite con le parole di testi classici: le onde che trasportano la barchetta della bimba sono fatte di parole, come il mare in cui sta navigando, la strada che attraversano i due bambini, una parete della montagna che i protagonisti stanno scalando e molto antro ancora.
Parti di storie come “Il meraviglioso mago di Oz” o “Alice nel paese delle meraviglie” danno vita alle illustrazioni, per la gran parte sui toni del grigio e del marrone, mentre in alcune spiccano particolari dai colori più vivaci.
E così il libro diventa come una casa in cui tutti, ma proprio tutti, possono entrare per liberare la fantasia.
Settimana 2: Come si legge un libro? (Daniel Fehr, Maurizio A. Quarello) Orecchio Acerbo

I personaggi di cinque fiabe famose si intrecciano tra le pagine di questo divertente albo, in cui l’interazione con il lettore è fondamentale per la buona riuscita della lettura.
Ogni volta che il lettore volta una pagina, seguendo le istruzioni dei protagonisti, succedono disastri: Hansel e Gretel si ritrovano appesi ad un albero a testa in giù, mentre la casa della strega Baba Jaga è posizionata in orizzontale, sul punto di cadere, e il mare in cui nuota Moby Dick prende il posto del cielo e bagna, come fosse pioggia, i personaggi delle altre fiabe.
In un turbinio di giravolte e capriole, si snoda la storia che non può esistere senza che il lettore maneggi il libro, girandolo e rigirandolo fino anche a scuoterlo.
Un albo illustrato che spiega, in modo spassoso, che per leggere un libro è importante la concentrazione e la voglia di dedicare del tempo alla lettura. I libri richiedono attenzione e passione per essere letti nel modo giusto e, talvolta, anche un certo impegno, ma sapranno poi regalare molta soddisfazione e altrettanto piacere.
Le illustrazioni, ricche di rosso, giallo e blu, sono coinvolgenti nel loro cambiare continuamente direzione, diventando bizzarre a tal punto da risultare decisamente divertenti. Simpatica l’idea di inserire nella storia personaggi di racconti diversi, che si relazionano tra loro e invitano il lettore ad indovinare le fiabe a cui appartengono.
Settimana 3: Mai più senza libri (Peter Carnavas) Valentina Edizioni

Protagonista di questo albo è una famiglia un po’ particolare: non ha un’auto, né un televisione e non vive nemmeno in una vera e propria casa, dal momento che abita in una roulotte. Quattro persone che in apparenza possiedono poco e niente, ma che hanno qualcosa che li fa sentire ricchi: una quantità incredibile di libri, libri che riempiono la loro piccola dimora e che, addirittura, fungono da mobili su cui appoggiare il tostapane o la cuccia del gatto.
Un giorno, però, la situazione sfugge di mano: i libri diventano davvero ingombranti e la famiglia è costretta a separarsene. E così tutto cambia, c’è troppo spazio, i bambini non riescono neanche più a vedere fuori dalla finestra, perché non ci sono più i libri su cui arrampicarsi e le giornate sono noiose senza storie da leggere da soli o in compagnia.
Un albo che racconta della bellezza dei libri, con la loro capacità di mettere in moto la fantasia e di far viaggiare la mente in posti lontani, di far imparare nuove cose e di stimolare la curiosità.
E che fa scoprire ai bambini che esiste la biblioteca, un luogo in cui si possono trovare moltissimi libri che chiunque può leggere, prendere in prestito o consultare.

 

Settimana 4:

TE LO ILLUSTRO CON UN ALBO – Aprile 2023

Un albo a settimana per ogni mese

Cosa meglio di un albo illustrato può spiegare ai bambini e alle bambine temi che, per la loro delicatezza, sono di difficile comprensione?

Associazione Officina Educativa dedicherà ogni mese a un tema diverso. Proporrà un albo illustrato a settimana che aiuti i bambini e le bambine, con i loro genitori, a riflettere sul tema scelto.

Un albo è uno strumento ideale, in cui immagini e testo costituiscono una doppia narrazione che si intreccia e si snoda accompagnando il bambino e la bambina in un viaggio che può percorrere in compagnia di un adulto, dei coetanei o da solo, alla scoperta di sé e delle numerose emozioni e situazioni che incontrerà nella lunga strada della crescita.

Aprile: Tra liti e baruffe

Settimana 1: Il litigio (Claude Boujon) Babalibri

In un grande prato, ci sono due tane vicine. E ci sono due conigli, Bigio e Bruno, l’uno grigio e l’altro marrone.
I due vicini all’inizio vanno molto d’accordo, poi un giorno i rapporti s’incrinano: i protagonisti, infatti, hanno abitudini molto diverse che li portano a lamentarsi continuamente del comportamento del proprio vicino. Bigio e Bruno iniziano così una guerra fatta di dispetti, insulti e ripicche, fino ad arrivare a picchiarsi furiosamente.
Mentre i due conigli sono intenti ad azzuffarsi, una volpe affamata li scorge da lontano. L’astuto animale, vedendo le possibili prede impegnate a litigare, è convinto di riuscire a catturarle facilmente per poi gustarsi un buon pranzetto a base di conigli. Con un balzo, la volpe si lancia verso i due litiganti che subito si tuffano in una delle due tane.
Ogni attrito viene presto dimenticato: Bruno e Bigio uniscono le loro forze per sfuggire alla volpe, che resterà con un misero pugno di terra tra le zampe.
“Il litigio” è un albo che racconta di come, unendo le proprie forze, si possano superare più agevolmente gli ostacoli e le difficoltà della vita. Davanti al pericolo, ogni screzio perde di valore e le differenze tra i protagonisti passano in secondo piano. Una volta compreso il valore dell’amicizia, i due conigli impareranno a tollerare le reciproche diversità e, anche se ci saranno altri litigi in futuro, resteranno sempre grandi amici.
Le illustrazioni sono semplici e dai colori delicati dell’acquerello. Le espressioni e le posture dei personaggi sono ben disegnate, con sguardi indispettiti e movimenti rabbiosi che ben illustrato i litigi tra i due protagonisti.
Settimana 2: La grande azzuffata (Davide Calì, Serge Bloch) Edizioni Clichy

“La grande azzuffata” affronta, in modo molto spiritoso, il tema della zuffa dal punto di vista dei bambini.
L’albo, facendo un salto temporale che porta i giovani lettori alla preistoria, inizia analizzando le origini della zuffa e chiarendo, fin da subito, che in questo campo l’umanità si è evoluta molto poco. Se in passato gli uomini bisticciavano nel contendersi un mammuth, ai giorni nostri continuano a farlo nelle stesso modo: l’oggetto dello scontro è cambiato, ma per quanto riguarda le dinamiche, siamo rimasti al medesimo punto.
L’albo è in realtà un vero e proprio trattato sulla zuffa, la quale viene analizzata in modo dettagliato in ogni suo aspetto.
Innanzitutto, a cosa serve la zuffa? Ovviamente è utile per fare esercizio, allenare braccia e gambe, ossigenare i polmoni e, di conseguenza, fa molto bene alla salute senza dover andare in palestra.
Un altro punto interrogativo riguarda il modo in cui una zuffa ha inizio: talvolta basta uno sguardo in tralice o un piccolo errore, spesso è impossibile individuarne l’origine.
Un terzo aspetto di cui tenere conto è che una zuffa, per essere giusta, deve necessariamente rispettare alcune regole: chi si azzuffa deve essere di corporatura simile e le parti coinvolte nel litigio devono essere composte dallo stesso numero di rivali, altrimenti si tratta di una zuffa imbrogliona.
Una cosa è certa: le zuffe hanno spesso inizio durante la ricreazione, non si sa quanto durino e generalmente terminano al tramonto, ma ci si può dare appuntamento per il giorno dopo.
E gli adulti come se la cavano con la zuffa? Purtroppo i grandi spesso dimenticano che si tratta di un gioco e tendono a scatenarla per motivi di odio. Senza usare parole, gli autori esplicitano il concetto per mezzo di chiari e semplici disegni.
“La grande azzuffata”, attraverso simpatiche illustrazioni dai tratti infantili, espone con ironia un tema che riguarda la quotidianità dei bambini, i quali si potranno facilmente identificare nelle situazioni descritte dagli autori di questo divertente albo.
Settimana 3: Il grande litigio di Tito e Pepita (Amalia Low), Edizione Il Castoro

Tito e Pepita sono due criceti che abitano vicino al fiume. Le loro tane si trovano sulle sponde opposte del corso d’acqua. Senza un vero e proprio motivo, i due protagonisti non si sopportano e quando s’incontrano sulle rive del fiume, si guardano con occhi carichi di odio.
Un giorno Tito ha un’idea: decide di scrivere una poesia a Pepita per farle sapere quanto sia detestabile ai suoi occhi. Da quel momento, tra i due criceti, inizia una fitta corrispondenza, fatta di messaggi pieni di insulti scritti sulla superficie di foglie. Quando Pepita smette di inviare le lettere al suo nemico, Tito inizia a sentirne la mancanza. Preoccupato, si reca dalla parte opposta del fiume e, timidamente, entra nella tana della vicina di casa. Scopre così che Pepita si trova, febbricitante, sotto le coperte del proprio letto. Tito se ne prende cura giorno e notte e si accorge di quanto Pepita sia carina. Una mattina di sole, la cricetina si sente meglio e vede Tito addormentato accanto a sé e pensa che sia molto tenero.
Da quel giorno, i due vicini diventano grandi amici e iniziano una corrispondenza tutta nuova, fatta di frasi tenere e di dolci complimenti.
“Il grande litigio di Tito e Pepita” porta il lettore a riflettere su come, talvolta, alcune antipatie nascano senza un vero proprio motivo. Quando si incontra una persona che non si conosce, può succedere di lasciarsi influenzare dalla prima impressione, rischiando di iniziare un rapporto conflittuale costruito sul niente.
L’albo invita i giovani lettori a cercare di non fermarsi alla prima sensazione, perché le persone potrebbero essere molto diverse da come ci sembrano.

 

Settimana 4: (Prima e)dopo il litigio. (Silvia Serreli). Edizione Su per giù

La netta divisione tra il bianco e il rosso della copertina di questo albo trasmette con forza, ancor prima di leggere la storia, ciò che si prova dopo un litigio con qualcuno a cui si vuole bene. Ed è proprio così che vanno le cose, dopo una brutta lite: le nostre giornate, come la copertina del libro, cambiano colore. Allo stesso modo, anche il nostro umore e le nostre emozioni subiscono una trasformazione.
Luca e Oliver sono grandi amici, anzi, lo erano prima che accadesse qualcosa di apparentemente irreparabile: dopo essersi urlati brutte parole, picchiati e tirati i capelli, qualcosa si è rotto e tutto è cambiato. I due bambini non si rivolgono più la parola e nemmeno si guardano, nonostante a scuola siano vicini di banco.
Prima del bisticcio, i due amici avevano moltissime cose da raccontarsi e tanti giochi da fare insieme: costruivano ponti di sabbia e piramidi di carte, con le scatole dei panettoni sulla testa sono stati astronauti, con pentole e padelle da suonare sono stati musicisti. Ma adesso che non sono più amici, non c’è più nulla da costruire e le stoviglie sono semplicemente delle stoviglie, insignificanti strumenti da lavare dopo essere stati usati per cucinare.
Nonostante la rabbia, i due bambini sentono la mancanza dell’uno e dell’altro e quando il papà di Luca gli propone di costruire una casa sull’albero, l’entusiasmo iniziale del bambino un po’ si spegne, perché non c’è il suo amico Oliver con cui poter condividere questa nuova grande impresa.
C’è solo una cosa che può far tornare tutto come prima, una parola che può aggiustare molte cose. “(Prima e) dopo il litigio” non racconta solo delle conseguenze della lite, ma anche dell’importanza di saper chiedere scusa, la famosa parola che troppo spesso non si ha il coraggio di dire e che potrebbe mettere fine a tante incomprensioni.
Nelle illustrazioni, le espressioni dei protagonisti esprimono chiaramente l’entusiasmo dei giorni felici e la noia e la malinconia di quelli della separazione. Molto carine le immagini in cui gli oggetti che i bambini utilizzano per giocare proiettano sulle pareti ciò che si immaginano: l’ombra della scopa ha la forma dell’areo utilizzato per viaggiare in tutto il mondo, gli scatoloni usati per volare sulla luna proiettano sul muro la sagoma di un razzo, le sedie quella di un’automobile per correre in pista.
Questa magia svanisce nel momento in cui Luca e Oliver si trovano a giocare soli, per poi ricomparire a pace fatta.

TE LO ILLUSTRO CON UN ALBO – Marzo 2023

Un albo a settimana per ogni mese

Cosa meglio di un albo illustrato può spiegare ai bambini e alle bambine temi che, per la loro delicatezza, sono di difficile comprensione?

Associazione Officina Educativa dedicherà ogni mese a un tema diverso. Proporrà un albo illustrato a settimana che aiuti i bambini e le bambine, con i loro genitori, a riflettere sul tema scelto.

Un albo è uno strumento ideale, in cui immagini e testo costituiscono una doppia narrazione che si intreccia e si snoda accompagnando il bambino e la bambina in un viaggio che può percorrere in compagnia di un adulto, dei coetanei o da solo, alla scoperta di sé e delle numerose emozioni e situazioni che incontrerà nella lunga strada della crescita.

Marzo: Che noia, che noia!

Settimana 1: Uffa, che noia! (Henrike Wilson) Beisler editori

Protagonista di questo albo è Orsacchiotto, un piccolo orso tremendamente annoiato che guarda la nebbia in una giornata uggiosa, seduto sul tronco caduto di un albero.
L’orsetto cerca qualcuno con cui giocare, ma tutti sono indaffarati e non possono dedicarsi a lui.
L’animale vaga sconsolato nel bosco fino a quando, stanco di quel camminare senza meta, si ferma e si lascia cadere sul prato, a fare niente e a sospirare per molto tempo.
Poi all’improvviso succede qualcosa, qualcosa di semplice, ma che attira l’attenzione di Orsetto: un soffio di vento gli arruffa il pelo e, sopra di lui, le nuvole passano veloci davanti ai suoi occhi… ed ecco che una talpa sbuca dalla sua tana per poi rientrarci velocemente. E in quel momento il cucciolo si accorge che intorno a lui ci sono molte cose che lo stimolano e lo portano a viaggiare con la fantasia: il battito d’ali di un uccellino lo spingono a fingere di essere un’aquila maestosa e immagina di sorvolare monti, valli e boschi, fino a quando una splendida luna piena non lo sorprende e lo riporta ai suoi prati e alla tana, dove ad attenderlo ci sarà la sua mamma.

“Uffa che noia!” è un albo che affronta un tema molto attuale: la paura della noia, preoccupazione che coinvolge non solo i bambini, ma anche i genitori. Un libro che spiega quanto può essere stimolante avere del tempo senza per forza essere impegnati in qualcosa. A volte, fermarsi e lasciarsi andare alla fantasia, può risultare molto più divertente che avere per forza tra le mani un gioco o avere sempre qualcuno con cui giocare. Anche da soli ci si può entusiasmare e quando sembra che non ci sia proprio niente da fare, bisogna solo aspettare. Alla fine, qualcosa succede sempre.

Le illustrazioni, a tutta pagina, sono fatte di colori pieni, quasi sembrano velluto. Nella foresta, così grande e avvolta nella nebbia, anche un animale grande come un orso sembra perdersi, lasciando tracce sull’erba che ci mostrano il vagare senza sosta tra gli alti alberi, come a voler trasmette il profondo senso di noia del giovane protagonista. Significativa l’immagine in cui Orsetto si lascia andare ai propri sensi e, guardando le nuvole, scorge nelle loro forme conigli che saltano e orsi che si rotolano nel cielo.

 

Settimana 2: Ufff… (Claude K. Dubois), Babalibri
Gli anatroccoli Nuki e Tati sono intenti a giocare con un videogioco, quando il papà, stanco di vederli fissare continuamente uno schermo, glielo toglie e li invita ad andare a giocare in giardino.
I due fratelli si abbarbicano svogliatamente sul ramo di una pianta, annoiati a morte e lamentandosi del fatto che “fuori non c’è proprio niente da fare!”
A nulla servono le proposte del papà, niente sembra attirare l’attenzione dei piccoli anatroccoli. Stanco delle continue lamentele dei figli, il papà gonfia la piscina, ma anche questa volta Nuki e Tati trovano qualcosa che non va: l’acqua è troppo fredda!
Solo Gio, un loro amico, sembra entusiasta della piscina e si tuffa senza paura divertendosi moltissimo. I due fratelli lo guardano senza interesse, fino a quando succede una cosa banale, ma che scatena ilarità in tutti gli anatroccoli: a Tati scappa una piccola scoreggia, suscitando risate a non finire.
“Uff…” spiega ai bambini che per divertirsi con gli amici a volte basta veramente poco, anche una situazione improvvisa può essere buffa e scuotere i bambini dalla pigrizia. Non è sempre necessario proporre ai ragazzini dei giochi strutturati o dare loro strumenti tecnologici per giocare. La noia fa parte della vita di tutti ed è importante che anche i bambini la sperimentino, per imparare a gestirla con pazienza e trovare il modo di uscirne con le proprie forze.
Le illustrazioni, in acquerello, sono semplici e delicate, adatte ai bambini più piccoli.
Settimana 3: ll signor Noia (Pedro Mañas, David Sierra Liston), Pane e Sale.

Protagonista di questo simpatico albo è un bambino che si trova nel salotto di casa, da solo, mentre fuori piove a dirotto.
Annoiato come non mai, non sa proprio cosa fare, mentre le lancette dell’orologio a pendolo sembrano non muoversi di un millimetro. Ed ecco che compare il Signor Noia, impersonato dal prolungamento dell’ombra del bambino, un gigante grigio dalle lunghe braccia. Il ragazzino, con un sorriso beffardo, cerca in tutti modi di sfuggire al Signor Noia e, insieme al suo gatto nero, attraversa l’orologio a pendolo come se fosse una porta che si apre su un mondo parallelo e fantastico. Ed è così che il piccolo protagonista inizia un viaggio passando da un mondo incantato ad un altro, sempre inseguito dall’oscuro Signor Noia.
Il ragazzino accede ai diversi luoghi fantastici nei modi più strampalati: passa attraverso una pozza d’acqua, si tuffa in una tazza ricolma di cioccolata, arriva su una fetta di pane deserta e si addentra nella bocca di una naufraga annoiata intenta a sbadigliare, come se fosse una grotta, fino ad arrivare alla destinazione finale che riserverà una sorpresa.
“Il Signor Noia” tratta la noia come una condizione con cui si può addirittura giocare. La fuga che il bambino intraprende per non essere accalappiato dall’oscuro signore, non è altro che un buttarsi a capofitto nella propria fantasia. Ed è così che la noia non è più solo un momento di frustrazione, ma diventa un’occasione per inventarsi cose nuove che riempiono un tempo che ci sembra vuoto.
Le illustrazioni, a tutta pagina, sono molto fantasiose e piene. Nel salotto di casa, dove anche i soggetti delle foto appese alle pareti sbadigliano per la noia, il protagonista continua a spostarsi da un punto all’altro della stanza, stanco di non far nulla.
Nei mondi attraversati dal bambino, disegnato con grandi occhi neri in cui si specchiano le immagini della sua fantasia, spuntano ovunque orologi: sono all’interno dei tronchi degli alberi, appesi ai rami sotto forma di orologi a cucù e nella luna che funge da quadrante in cui si muovono le lancette. Il grigio è la base di ogni illustrazione, da cui spiccano i colori dei vestiti del protagonista e di alcuni elementi dei luoghi da lui visitati.
Settimana 4: Uffa, che noia! (Shinsuke Yoshitake), Fatatrac

In questo divertente albo, un ragazzino annoiato analizza la noia in maniera dettagliata, al fine di scoprirne il significato e trovare un modo per affrontarla.

Il protagonista si chiede il perché della noia e che cosa sia esattamente. Ponendosi queste domande, il bambino inizia a pensare a quello che potrebbe essere divertente e a ciò che invece risulta tedioso. Forse sono le cose che restano sempre uguali ad essere noiose e quelle diverse ad essere più divertenti. Oppure sono le cose che non hanno niente a che fare con noi a risultare tanto noiose? E se anche gli oggetti si annoiassero? Come un paio di scarpe troppo strette che non vengono mai indossate, forse anche loro finiscono per annoiarsi a restare sempre ferme nell’armadio. E gli animali? Lo scarafaggio non si annoia mai?

In questa analisi, il bambino si rende conto che nella vita non esistono solo la noia assoluta o il grande divertimento, ma anche tanti momenti neutri, come quando ci si veste, ci si lava i denti o si aspetta al semaforo. Osservando gli altri, il ragazzino riflette sul fatto che forse ci sono persone che in apparenza si divertono, quando in realtà si annoiano e altre che sembra si stiano annoiando quando invece si divertono.

Questa profonda esplorazione che il piccolo protagonista fa, in un modo molto spassoso, del concetto di noia, lo porta a cercare delle strategie per affrontare quello che chiunque, grande o piccolo che sia, è costretto a sperimentare molte volte nel corso della propria vita. La noia esiste,   i bambini devono imparare a conviverci e a trovare delle soluzioni per saperla gestire nel migliore dei modi.

I disegni sono caratterizzati da un tratto semplice e pulito. Ogni pensiero e ipotesi del bambino viene illustrato in maniera dettagliata, a tal punto da rendere le illustrazioni particolarmente esilaranti.

Educatore scolastico… Chi sei?

Il Servizio di Integrazione Scolastica del Comune di Bologna è un articolato sistema di interventi educativi finalizzati all’inclusione e alla partecipazione scolastica di centinaia di alunni con disabilità o in situazione di fragilità, frequentanti le scuole dell’infanzia, scuole primarie e secondarie del territorio. All’interno del Servizio di Integrazione lavorano alcune coordinatrici e oltre 500 educatori, dipendenti di un soggetto del privato sociale, a cui il servizio viene affidato triennalmente tramite gara d’appalto. Intervengono, con un ruolo di primo piano nella gestione del servizio, gli educatori e i responsabili del Sest (servizio educativo scolastico territoriale) e i neuropsichiatri delle Aziende di Sanità Locale. Nelle varie città italiane possiamo trovare formule diverse per la gestione dell’educativa scolastica, ma quale che sia il modello gestionale adottato, quella degli interventi educativi scolastici è una realtà che si sta consolidando e pone agli enti locali, alle cooperative, alle scuole e agli educatori stessi incaricati di svolgere il lavoro sul campo, questioni del tutto nuove rispetto al passato.

In questo articolo rifletteremo su alcune questioni attinenti all’identità professionale degli educatori scolastici, mettendole in relazione con le condizioni materiali in cui essi svolgono il proprio lavoro quotidiano.

Includere gli educatori

Leggere un titolo del genere può suscitare, in prima battuta, un po’ di disorientamento e di disappunto. “Ma non si parlava di includere gli alunni?”, “Adesso dovremmo preoccuparci anche degli educatori?”, potrebbero essere domande legittime a una prima lettura di queste righe. La scelta di questo titolo non è provocatoria e il problema messo in evidenza non è marginale.

Partiamo dalla considerazione che, come per un insegnante o un alunno, anche per un educatore fare il proprio ingresso a scuola, significa soprattutto entrare a far parte di un sistema di relazioni e di trovare una propria posizione riconosciuta e riconoscibile. Per l’educatore, l’esito di questo processo dipende dall’interazione di diversi fattori individuali, come il carattere, la personalità, la formazione, e sociali, come le aspettative che gli altri nutrono nei suoi confronti.

Oltre a queste variabili, esistono anche alcuni aspetti strutturali del servizio di cui fa parte e cioè il servizio di integrazione scolastica. I più significativi sono: 1. L ‘inquadramento della figura professionale come educatore di plesso, in modo analogo all’insegnante di sostegno, oppure come educatore di singoli alunni; 2. La scelta di inserire, o meno, tra le mansioni specifiche dell’educatore la partecipazione ai momenti di progettazione, programmazione e verifica; 3. La possibilità, per l’educatore, di gestire attività con piccoli gruppi di bambini e ragazzi sotto la propria piena responsabilità. Questi tre punti nodali emergono come sfondo di numerosi racconti degli educatori scolastici. Alcuni di essi, per esempio, mettono in evidenza il rischio che la relazione d’aiuto con i bambini in difficoltà, si trasformi in una relazione che limita il ventaglio delle interazioni con gli altri, invece che ampliarlo; altri sottolineano come, a volte, le difficoltà maggiori per l’educatore emergano nel rapporto con il contesto scolastico e le sue dinamiche; altri ancora, infine, riferiscono come alcune scelte educative importanti, vengano imposte in funzione di un assetto didattico predeterminato, senza che sia possibile aprire spazi di confronto in merito alle scelte stesse. Tali questioni, in parte, sono interessate da alcune misure adottate ultimamente nelle scuole di Bologna, tra cui, la più formalizzata e diffusa, è quella dell’educatore di plesso. Questa disposizione, vincolando maggiormente la figura dell’educatore al contesto scolastico in cui lavora, permette, in caso di assenza prolungata del minore su cui è attivato l’intervento, che l’educatore possa essere destinato ad attività alternative con altri alunni della scuola. In assenza di questa formula, trascorsi due o tre giorni di assenza dell’alunno, l’educatore dovrebbe interrompere il proprio servizio a scuola.

Presenti come elementi salienti dei resoconti degli educatori i tre aspetti strutturali del servizio di integrazione scolastica sopra menzionati tracciano una linea di demarcazione, che divide due modi differenti di intendere la figura dell’educatore scolastico. Da una parte un educatore come collaboratore esterno, che progetta e gestisce autonomamente interventi specifici rivolti ad alcuni alunni con particolari problematiche. Dall’altra un educatore strutturalmente integrato nel funzionamento scolastico, con competenze, attenzioni e progettualità specifiche, ma sostanzialmente come risorsa che appartiene al contesto in cui lavora quotidianamente. Sarà un educatore del secondo tipo, integrato e responsabilizzato rispetto ai processi e alle dinamiche scolastiche complessive, quello che potrà promuovere processi di inclusione e di attivazione di risorse interne alla classe, a beneficio di tutti gli alunni e non solo di quelli con disabilità. Sempre una figura strutturalmente integrata, riconoscibile come membro effettivo del team dagli insegnanti, potrà costruire con questi ultimi efficaci relazioni di collaborazione e passaggi circolari di conoscenze, strumenti e modalità operative. In poche parole, quanto più l’educatore sarà incluso, tanto più potrà promuovere processi di inclusione e di partecipazione autentici anche quando gli interventi siano attivati per alcuni alunni, con specifiche problematiche.

Fulvia Righi, pedagogista del Comune di Bologna, durante il  convegno del 2007, Handicap e Integrazione il ruolo dell’educatore a scuola, interveniva così: […] il valore dell’integrazione del bambino con deficit si misura effettivamente a specchio da quanto sono integrati fra di loro gli adulti che lavorano con lui, dalla consapevolezza del proprio ruolo, dal dare un senso al proprio ruolo e dal saperlo mettere in relazione con i ruoli degli altri senza pensare di dover essere e fare le stesse cose degli altri, e […] se l’educatrice a volte si fa carico lei del gruppo classe (con varie proposte come la drammatizzazione o altro) e c’è l’insegnante di classe che si fa carico del bambino o dell’allievo con deficit, cosa stiamo comunicando ai compagni? Che noi non deleghiamo in toto la relazione e gli apprendimenti ad una persona specifica, ma ce ne prendiamo cura, ce ne facciamo carico con tempi diversi, facendo cose diverse, ma lo facciamo un po’ tutti.

Tracciare contorni

In un progetto educativo, i contorni di un ruolo consentono agli altri di capire di che cosa si occupa un dato operatore, e li aiutano, in parte, a prevedere e dare significato ai suoi comportamenti. I contorni facilitano anche l’avvicinamento tra ruoli differenti che, nel momento in cui si riconoscono reciprocamente, possono confrontarsi e collaborare, con meno timori di confondere le rispettive funzioni o sentirsi minacciati l’uno dall’altro. Questo dipende dal fatto che il contorno, mentre stabilisce un limite al campo d’azione dell’operatore, consente a quel soggetto di legittimarsi, rendersi riconoscibile e sentirsi riconosciuto dagli altri.

Una frase come “ah… fai l’educatore a scuola… cioè… tipo un insegnante di sostegno, giusto?”, che plausibilmente è capitato di ascoltare, almeno una volta nella vita, a quasi tutti gli educatori scolastici, è emblematica di quanto, viceversa, questa figura professionale risulti, quantomeno per chi è esterno al mondo della scuola, piuttosto opaca e difficile da identificare. Purtroppo, a tutt’oggi, la figura dell’educatore, viene percepita e interpretata con incertezza anche dagli stessi professionisti della scuola.

Quindi, provando a entrare nel merito dell’identità dell’educatore scolastico, quali sono, o dovrebbero essere, le aree specifiche del suo campo d’azione e i suoi contorni? E’, questi, una figura che si deve occupare di didattica, oppure no? Per quali aspetti può assomigliare a un insegnante di sostegno e per quali, invece, deve differenziarsene?

Un principio generale, utile, è che, per l’educatore, l’apprendimento delle discipline curricolari non dovrebbe rappresentare uno dei suoi obiettivi, ma piuttosto un aspetto del setting[1] del suo lavoro e, soprattutto, un’occasione educativa. In quest’ottica, i percorsi di apprendimento che gli alunni affrontano quotidianamente, per l’educatore costituiscono principalmente occasioni per lavorare sui loro modi di dare significato e rispondere alle difficoltà, sulle loro capacità di fronteggiare e gestire le frustrazioni, sulla qualità delle relazioni che riescono ad instaurare con i pari e con gli adulti; in poche parole, lavorare sullo sviluppo di quelle che possono essere identificate come competenze trasversali o fattori di protezione personali. Senza avere l’intenzione di costruire steccati, che dividano le competenze degli insegnanti da quelle degli educatori è utile evidenziare come l’attenzione e il lavoro per lo sviluppo delle competenze trasversali, potrebbe, a buon titolo, costituire il territorio specifico di cui si prende cura l’educatore, in collaborazione con gli insegnanti, all’interno della più vasta esperienza scolastica di bambini e ragazzi. E poiché questo territorio variamente si intreccia con i campi d’insegnamento delle singole discipline, occorre che la collaborazione e la co-presenza dell’educatore e dell’insegnante si estendano, dal solo lavoro sul campo, anche alle fasi di progettazione, programmazione e verifica delle attività svolte.

Un secondo principio importante, in merito all’identità dell’educatore scolastico, è che questi diventi un punto di riferimento all’interno del team, per lo sviluppo delle relazioni e delle dinamiche del gruppo classe, attuando appieno la doppia dimensione dell’azione educativa, che può agire contemporaneamente sui singoli e sul gruppo, ovvero, per il cambiamento degli individui e del contesto relazionale in cui si trovano. Se apprendimento e crescita costituiscono processi individuali, che ognuno compie in maniera originale, essi sono, allo stesso tempo, processi sociali, fortemente connessi ai contesti in cui si svolgono. In questo quadro, l’educatore scolastico, che si occupa in modo specifico degli alunni con particolari fragilità, può godere di un punto di vista privilegiato su tutti gli elementi che rischiano di sganciarsi e non riuscire ad accedere alle opportunità scolastiche, così come sul funzionamento complessivo del gruppo classe, nei suoi diversi aspetti, funzionali, o meno, alla promozione della partecipazione e del benessere dei suoi componenti.

Costruire sguardi

A scuola, molti dei bambini con cui lavoriamo, attraverso i loro vissuti e i loro gesti, mettono in evidenza alcuni nodi problematici del funzionamento della vita della loro classe e della loro scuola. Con i loro comportamenti oppositivi o, al contrario, passivi, con le loro difficoltà di apprendimento o di gestione corporea, quei bambini mettono in luce alcune tematiche che, a ben guardare, riguardano anche molti altri loro compagni, e che chiamavano in causa direttamente il modo di fare scuola adottato in quel luogo e in quel momento. Se riteniamo che il compito della scuola non sia quello di normalizzare i comportamenti degli alunni, ma di promuoverne la crescita anche attraverso la trasformazione della scuola stessa, questi segnali possono essere di grande aiuto, per insegnanti ed educatori, qualora decidano di utilizzarli ai fini di valutare e riformulare le scelte didattiche ed educative generali delle loro attività.

In quest’ottica diviene possibile costruire sguardi meno statici e categorici sui bambini e sulle loro difficoltà, che un educatore o un insegnante potranno vedere sempre in relazione a qualcos’altro: una persona, un contesto, un’attività. Ne deriveranno, quindi, descrizioni relative e singolari, in grado di includere molti elementi che sfuggono alle valutazioni diagnostiche svolte in uno studio. E il lavoro di produzione di questi racconti sembra, ancora una volta, corrispondere pienamente al mandato di un educatore scolastico.

 

 

[1]     In pedagogia il setting sta a indicare la struttura organizzata degli spazi, dei tempi, delle regole, e le relazioni intercorrenti tra i diversi attori del contesto educativo