PROGETTO REALIZZATO GRAZIE A

Un progetto educativo con arteterapeuta clinica, nutrizionista e psicologo per adolescenti dai 14 ai 18 anni
Nel cuore di un’aula, in un momento che potrebbe sembrare qualunque, una ragazza tiene sul petto tre post-it. Su uno c’è scritto “Nonna”, sull’altro “Ricordo” e “Emozione”. Non c’è bisogno di spiegare troppo. Quel gesto, così semplice e così umano, racchiude l’essenza di un laboratorio che non punta a “insegnare qualcosa” sui Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA), ma a permettere ai ragazzi e alle ragazze di viverne il significato, attraverso sé stessi.
Il percorso che proponiamo non è una conferenza, né un ciclo di lezioni frontali. È un’esperienza. Un viaggio guidato da un team multidisciplinare composto da un’arteterapeuta clinica, una nutrizionista e uno psicologo, ognuno con competenze ben definite e complementari. Questo approccio integrato è il cuore pulsante del progetto: ogni figura professionale entra in campo in modo sinergico, accompagnando i ragazzi nel confronto con tematiche delicate come il corpo, il cibo, l’identità e le emozioni.
Nell’arteterapia il linguaggio non è fatto di spiegazioni razionali, ma di immagini, colori, forme, corpo e simboli. È lo spazio in cui si può “dire” anche ciò che a parole è difficile esprimere. Grazie alla guida dell’arteterapeuta, i partecipanti vengono invitati a rappresentare ciò che sentono attraverso attività come la mappa corporea delle emozioni, il diario visivo, il mandala del benessere, o ancora la busta delle parole non dette. Non è importante “saper disegnare”: ciò che conta è sentire, trasformare, scoprire.
La figura della nutrizionista si inserisce con una funzione educativa fondamentale: aiutare i ragazzi a decostruire miti e credenze errate legate al cibo, all’immagine corporea e alle diete. Lontana da ogni giudizio o prescrizione, il suo intervento offre strumenti critici per leggere i messaggi mediatici e culturali che spesso spingono verso comportamenti alimentari disfunzionali. Parlare di “nutrimento”, in questo percorso, non significa solo parlare di cibo, ma anche di cura, sicurezza, affetto, relazione.

Infine, lo psicologo ha un ruolo di tessitura e contenimento. Accoglie ciò che emerge dal gruppo, guida la riflessione, offre parole e significati. È colui che aiuta i ragazzi a mettere in ordine le esperienze vissute, facilitando la comprensione emotiva e la creazione di uno spazio sicuro in cui potersi raccontare.

La forza di questo percorso sta nella sua capacità di trasformare un tema teorico in qualcosa che si sente nel corpo. Non parliamo del corpo, ma dal corpo. In un incontro, ad esempio, ogni ragazzo ha scelto delle parole affettive che lo “nutrono” e le ha attaccate sul proprio corpo, esplorando la connessione tra cibo, ricordi ed emozioni. In un altro, hanno disegnato mandala personalizzati: cerchi che rappresentano la propria interiorità, divisi in zone che parlano di identità, relazioni, desideri, dolori.
Ogni gesto – un colore scelto, una parola scritta, una forma tagliata – diventa una finestra sul mondo interiore. E da lì si parte per parlare di tutto: di come ci si guarda allo specchio, di come si reagisce a un commento, di cosa si prova quando ci si sente invisibili o inadeguati, di quanto il cibo sia legato non solo alla fame, ma alla mancanza, alla gioia, alla rabbia, alla ricerca di equilibrio.
Le attività sono pensate per essere accessibili, inclusive e non giudicanti. Non c’è “giusto” o “sbagliato”. C’è solo ciò che emerge, ciò che si sente, ciò che si può condividere – se lo si desidera. Ogni partecipante è accompagnato a trovare la propria voce, anche se all’inizio è fatta solo di immagini, o di silenzi.

Il laboratorio non ha la pretesa di “risolvere” o “prevenire” in senso assoluto, ma di accendere una consapevolezza nuova. I benefici non sono immediatamente misurabili in dati, ma si colgono negli sguardi, nelle parole condivise, nella sicurezza crescente con cui i ragazzi parlano di sé e si ascoltano tra loro. Ciò che resta è un seme: un’idea di cura che non passa dall’autocontrollo o dal perfezionismo, ma dall’ascolto autentico e dalla possibilità di abitare il proprio corpo con rispetto e fiducia.
In un’epoca in cui il corpo degli adolescenti è costantemente esposto, valutato, modificato e giudicato, offrire loro uno spazio per abitare quel corpo, sentire, creare, raccontare e trasformare, è un atto profondamente educativo e, in senso lato, anche terapeutico.
Questo è il nostro intento. E questo è ciò che, insieme, stiamo costruendo.

Questo laboratorio è stato realizzato presso il Liceo Sabin di Bologna, grazie alla collaborazione della scuola e al sostegno prezioso della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, che si è dimostrata ancora una volta sensibile e attenta a tematiche delicate come quella dei disturbi del comportamento alimentare. Senza il loro supporto economico, questo progetto non avrebbe potuto prendere forma né raggiungere i ragazzi e le ragazze coinvolti.
Il progetto è condotto da:
– Lucrezia Maggiore, Arteterapeuta Clinica
– Anna Fornaciari, Biologa Nutrizionista
– Damiano Testa, Psicologo
A cura di Lucrezia Maggiore